Storia di una maestra del Sud che fu la madre di Aldo Moro
Nel suo bel libro di ricordi “La casa dei cento Natali”, Maria Fida Moro scriveva che per suo padre “gli affetti erano […] una cosa sacra. Tanto sacra che non ne parlava mai, come non parlava mai della madre adorata che aveva perso da giovane”. Il libro “Storia di una maestra del Sud che fu la madre di Aldo Moro” di suo cugino Renato Moro, ci fa conoscere la figura di questa donna d’eccezione per la prima volta nella sua verità, un compito facilitato dai numerosissimi scritti pubblici e privati (articoli di giornale, testi di conferenze, lettere) che ha lasciato.

Il primo capitolo del libro, Una donna calabrese, ricostruisce la sua infanzia, segnata da una vita familiare molto infelice ma anche dall’esempio di sua madre, che rispolverò il diploma di maestra per rendersi indipendente da un marito che la maltrattava. Fida Stinchi, la madre di Aldo Moro, seguì le sue orme, non solo per avere un’indipendenza economica, ma anche per la consapevolezza di quanto fosse importante l’istruzione. La sua storia familiare la spinse ad avere una visione molto critica sia della condizione femminile che delle relazioni familiari e sociali nel Sud, e a trovare in una profondissima fede religiosa non solo un sostegno, ma anche una guida di vita.
Il secondo capitolo, Educatrice, studiosa, pensatrice, è dedicato alle sue attività pubbliche e al suo pensiero. Fida fu infatti anche giornalista e conferenziera, molto impegnata su vari fronti: la lotta per il Sud, per i diritti delle donne, per lo sviluppo dell’educazione popolare e delle scuole professionali, viste come elemento fondamentale di emancipazione delle classi più povere. Le sue idee sull’emancipazione femminile erano più vicine al femminismo “maternalista” che a quello delle suffragette: per lei le donne dovevano essere istruite, educate fin dall’infanzia ad aspirare ad alti ideali, avviate al lavoro quando necessario, ma con l’obiettivo di essere compagne all’altezza degli uomini e buone madri. Che una donna si dedicasse esclusivamente alla vita intellettuale o all’attività politica poteva essere un caso eccezionale, ma era innaturale che diventasse la regola. Per quanto riguarda il Sud, riteneva che la cattiva fama di cui godeva fosse immeritata e che la situazione di arretratezza in cui si trovava fosse colpa soprattutto dell’abbandono delle istituzioni. Affermava che le popolazioni meridionali si stavano risvegliando: “Per quanto lento e invisibile, per penetrazione lunga, per forza di evoluzione, il risveglio di nostra gente si compie e si afferma: noi non viviamo più proni e non chiudiamo più in cuore l’insofferenza per quel che è vita inumana e inciviltà; negli occhi vividi dei nostri figli, nella spontanea reagenza ad ogni oppressione, nella vita dei giovani nostri che vuol essere umana, civile, raffinata, attiva vediamo segnato il trionfo del nostro nome”.
Il terzo capitolo, Un ispettore che viene da lontano, è dedicato alla storia di Renato Moro, ispettore scolastico che diventerà suo marito. I due si incontrarono a scuola e dalla simpatia nacque un amore che ebbe una vita molto travagliata: quasi tutto il resto del libro è dedicato alla ricostruzione della loro relazione e del fidanzamento, vissuto senza vedersi per più di due anni. Renato (come anche Fida) doveva provvedere ad aiutare la famiglia, e per di più aveva uno di quei caratteri che tendono a complicare le cose semplici. Gli amici comuni si meravigliavano molto della segretezza di cui circondava la relazione. In quegli anni, di cui ci restano le lettere di Fida (Renato distrusse le sue “perché non attribuiva alle sue parole il valore che invece attribuiva a quelle di Fida”), la donna indipendente e appassionata imparò a rinunciare alla propria autonomia per amore: la vediamo fare marcia indietro, scusandosi delle sue rivendicazioni, quando il fidanzato le accoglie con un silenzio prolungato, accettare di rinunciare dopo il matrimonio a gran parte del suo lavoro e delle sue attività intellettuali, mentre all’inizio del fidanzamento aveva posto la condizione di continuare a lavorare come irrinunciabile, e addirittura dichiarare la propria inferiorità rispetto a lui, che sosteneva che un uomo doveva “educare” la sua fidanzata e ci riuscì sfruttando il suo bisogno d’amore e le contraddizioni del suo ideale femminista.
Al matrimonio e al resto della vita di Fida sono dedicati solo l’ultimo capitolo e l’epilogo, che condensano venticinque anni in una cinquantina di pagine. La nascita di cinque figli le impedì di continuare il suo lavoro e la sua attività giornalistica, com’era riuscita a fare fino alla nascita del suo secondogenito, Aldo. Fu una rinuncia che le pesò molto, come si vede da un articolo che scrisse nel 1918 in occasione del matrimonio dell’attrice Lyda Borelli, che aveva dichiarato che avrebbe abbandonato il suo lavoro per dedicarsi al marito e alla famiglia. Fida parlava della contraddizione che attraversava la vita delle giovani donne dell’epoca, che si appassionavano agli studi o ad un lavoro, ma erano spinte “dal cuore della donna” ad abbandonarli per amore di un uomo, e descrive il malessere che provavano per questo in termini che ricordano quelli usati quasi cinquant’anni dopo da Betty Friedan ne La mistica della femminilità: “E’ un dolore accorato, senza conforto che non si sa manifestare perché le generalità non l’intendono. […] tutto si fa senza slancio, tutto è rimpianto amaro, tutto l’essere è teso al ricordo, alla vita piena, forte, possente d’un giorno”. La sua profonda fede la aiutò a sublimare il dolore in rinuncia, e la sua vittoria, come osserva l’autore, fu quella di trasmetterla a tutti e cinque i figli, che la preferirono all’agnosticismo del padre. Tuttavia, mi viene spontaneo pensare che il peso della rinuncia abbia avuto un ruolo nell’insorgere della malattia che la portò alla morte a soli 59 anni.
Il senso della sua vita, come per innumerevoli donne, trovò il suo compimento più profondo nell’eredità spirituale che trasmise ai figli.
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