La Resistenza dei Bambini. Storia di Nina.
"Nina, ninani, Nina, Nina, ni.....Nina ninani ni!". Così cantava mio padre in un tenero gioco di parole, facendo diventare il mio nome, Nina, una tenera cantilena mentre mi faceva girare tenendomi in braccio: "Nina, ninani, Nina, Nina, ni.....". Anche il giorno che fu arrestato in quella sera di maggio del 1944, prima di uscire di casa mi strinse forte, poi mi sollevò in aria e mi disse: "Ninani, ninani, tra poco tempo potrò portarti alle giostre e a giocare al parco, tra poco saremo liberi". Mio padre non poteva portarmi alle giostre né a giocare al parco perché era un ricercato, era un antifascista ed aveva un ruolo importante nella resistenza del Nord Italia. Dopo la morte di Roberto Veratti con il quale aveva fondato il Movimento di Unità Proletaria, era lui che coordinava i gruppi partigiani lombardi. Mio padre, Ottaviano Pieraccini, era arrivato a Milano dalla Toscana, veniva da una famiglia socialista e faceva l'avvocato. Ma ben presto non poté più esercitare perché lui al Partito fascista non si era voluto iscrivere, anzi da quel momento entrò nella lotta clandestina.

Avevamo pochi soldi, mia mamma Olga si arrangiava a lavorare a maglia per un negozio di Milano e lui per guadagnare preparava le comparse per altri avvocati, che non sempre lo pagavano. Ma nonostante i problemi ricordo che ero serena, anche se a volte percepivo come un'inquietudine sui volti dei miei genitori che cominciavano a parlare a voce bassa. Allora lasciavo i miei giochi e andavo ad abbracciarli. Non capivo, ma i bambini sentono. Cambiammo spesso casa in quegli anni, i portieri potevano diventare un pericolo e per evitare di essere sorvegliati ci trasferimmo in una casa senza portiere. Ricordo che c'era un bellissimo giardino con un grande albero di fico, a volte insieme alla mamma portavamo passaporti e messaggi clandestini nascosti sotto i fichi. Mi piaceva portare quel cestino in giro, la mamma mi diceva che in quel cesto c'era la speranza per tante persone. Ma quella sera di maggio mio padre non tornò a casa, a notte inoltrata venne un amico ad avvertire la mamma che era stato portato nel carcere di San Vittore. L'ultima volta che l'ho visto è stato da lontano, nel cortile di quel carcere, ricordo ancora chiaramente il babbo che guardava verso l'alto, verso un palazzo vicino dove io e la mamma ci affacciavamo quando i detenuti uscivano nel cortile. Il portiere del palazzo che ci conosceva e sapeva quando uscivano per l'ora d'aria ci faceva salire nel terrazzo. La volta dopo, però, le guardie cominciarono a sparare in aria. Forse qualcuno ci aveva notato. Non l'ho più rivisto. Da allora la vita fu difficile io e la mamma eravamo sempre in fuga, perché volevano prendere me. Pensavano che questo fosse l'unico modo per far parlare mio padre. Cosi anch'io, a soli sette anni diventai una ricercata. Per fortuna i compagni del babbo ci proteggevano e trovavano posti dove potevamo nasconderci. Una sera dormivamo in un convento, la sera dopo da un'altra parte ed io non potevo dire a nessuno come mi chiamavo.
Finì anche la guerra, ma mio padre non è più tornato. Deportato, nel campo di concentramento di Mauthausen morì lì pochi giorni prima del 25 aprile 1945. Ricordo che dopo la Liberazione con un camion di fortuna io e la mamma raggiungemmo Arezzo, dove abitava il nonno Arnaldo Pieraccini che dirigeva l'ospedale psichiatrico. Ero contenta di rivedere il nonno, amavo quel luogo pieno di alberi e piante e il giardino dove potevo giocare con i miei cuginetti. La sera il nonno ci portava sul colle del Pionta a vedere il sole che tramontava, e lì c'era un albero di fico come quello che avevo nel mio giardino e dove amavo arrampicarmi con grande apprensione di mia madre. Ma ricordo il babbo che mi diceva: "Brava Ninani, forza che ce la fai, non diventare mai una donna ubbidiente e rassegnata, troppo educata e che non può osare! Tu sei libera, e nessuno potrà decidere della tua vita mai". Libertà, una parola che mio padre pronunciava spesso, e lo ha fatto sino all'ultimo. Anche quando ormai ammalato e sfinito dagli stenti, come poi ci ha raccontato un suo compagno di prigionia, sopravvissuto, parlava del domani, di una Italia diversa da costruire, di una Democrazia in cui tutti avrebbero avuto gli stessi diritti ed in cui la sua Ninani avrebbe potuto vivere da Donna libera. Anche quella sera salì sul fico, lì sul colle del Pionta, pensavo a mio padre: “Vieni Ninani, salutiamo il sole”. Mi chiamò il nonno. Scesi dall'albero e mi misi a guardare quella palla rossa che stava scomparendo dietro la collina: “Vedete? - ci disse il nonno - il sole è come la speranza, sembra che vada via ma poi ritorna, sempre, ditegli arrivederci, a domani!”. Sentii la mano del nonno che mi accarezzava la testa, alzai lo sguardo verso di lui e vidi che mi sorrise lievemente, nonostante avesse gli occhi pieni di lacrime ....... Ma mi sorrise.
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