“Cosa è accaduto realmente a mio figlio?"

“Cosa è accaduto realmente a mio figlio?

Perché è sempre così semplice scaricare le colpe e così dannatamente complicato e difficile attribuire delle responsabilità?"

Queste sono solo alcune delle domande che una mamma, un papà e i loro figli si pongono ormai da più di quattro anni.

Mario (nome di fantasia) ha 18 anni, frequenta la quarta superiore.

Vivace, pieno di interessi, è talmente brillante negli studi che viene scelto insieme ad altri nove ragazzi per andare all'estero nel progetto di alternanza scuola lavoro.

Parla un inglese perfetto, è spigliato. Non vede l'ora di partire e vivere a pieno quella che crede essere una fantastica possibilità di imparare, di conoscere nuove realtà. È convinto che tornerà con una formazione più completa che lo aiuterà nel futuro. È asmatico e porta sempre con sé l'inalatore.

Parte con l'entusiasmo di un giovane diciottenne e la serietà di uno studente preparato e attento.

Pensate che bellissima esperienza avrebbe potuto essere.

Mamme, papà,  immaginate la gioia di riabbracciare vostro figlio al suo ritorno in aeroporto.

Cucinargli il suo piatto preferito e ascoltarlo raccontare tutti i dettagli del suo fantastico viaggio.

Sentite dentro di voi la gioia?

A due settimane dalla partenza di vostro figlio, ora immaginate di ricevere questa telefonata.

“Buongiorno Signora suo figlio non sta bene”

Le parole della voce al telefono sono pugnalate al cuore di ogni genitore.

Ansia preoccupazione.

“Mamma Verità”, così ho deciso di chiamarla, inizia a raccontarmi quello che le è stato riferito, quello che insieme alla sua famiglia ha dovuto affrontare.

“Mio figlio ha iniziato a fare fatica a respirare, dicono abbia usato l'inalatore ma sembra non sia  bastato.

Iperventila.

Inizia ad avere spasmi.

La persona responsabile dei ragazzi, effettua due diverse telefonate in Italia; la prima ad un infermiere, la seconda ad uno psicologo. Nessuno dei due ha mai visto o conosciuto mio figlio.

La terza è per chiamare un'ambulanza.

È Marzo e in quel particolare paese  c'è moltissima neve.

L'ambulanza tarda.

Le lancette dell'orologio corrono veloci.

I soccorsi ancora non ci sono.

I respiri di mio figlio sono sempre più affannosi, gli spasmi sempre più frequenti diventano semiconvulsioni.

Finalmente il mio bambino viene caricato sull'ambulanza.

Nessuno lo accompagna. Nessuno sale insieme a lui. È solo.

Arriva ad un primo ospedale.

Dopo una rapida sommaria occhiata, viene etichettato come “tossico” e non viene accettato.

Viene spedito in un secondo ospedale, viene scaricato, legato ad un letto e parcheggiato in mezzo a pazienti tossicodipendenti in preda a crisi d'astinenza, carcerati piantonati da agenti di polizia, persone che hanno tentato il suicidio tagliandosi le vene.

Non respira.

È completamente solo, lontano da casa.

Gli vengono fatti gli esami del sangue.

Tutto negativo.

Lui non assume alcun tipo di sostanza stupefacente.

Viene emessa la sentenza. Se non è tossico deve per forza essere psicotico.

In un inglese stropicciato gli viene infilato nella mente l'idea che lui è un malato psichiatrico e che le sue condizioni lo porteranno inevitabilmente a non essere più in grado di mangiare da solo.

Qualcuno lo convince che non potrà mai più nemmeno camminare.

In Italia le informazioni arrivano frammentate e suo  fratello più grande, parte per riportarlo subito a casa.

Non è poi così semplice.

Dopo varie difficoltà riesce a contattare l'ambasciata italiana, gli viene comunicato che bisognerebbe organizzare un volo sanitario d'urgenza . Il prezzo da pagare però è di 24mila euro.

Noi non possediamo una somma simile.

Mio figlio più grande si trova difronte ad altre offerte, tutte con costi troppo elevati per una famiglia “normale”

Proviamo a rivolgerci all'ente scelto dalla scuola e che si presume debba tutelare i ragazzi, ma veniamo informati che loro stessi non hanno un'assicurazione adeguata per questo tipo di casi e vista l'avvenuta ospedalizzazione di mio figlio, decade la loro responsabilità.

Nulla da fare.

La cooperativa alla quale la scuola si è appoggiata per organizzare al meglio il viaggio studio, ha le mani legate.

Dall'Istituto otteniamo  comunicazioni che risultano contraddittorie in merito sia all'avvenuta ospedalizzazione che alla gravità delle sue condizioni di salute.

È passata una settimana e mio figlio è ancora all'ospedale. Legato ad un letto. Solo, accerchiato da pazienti che approfittano della sua condizione per schernirlo e appropriarsi dei farmaci lasciati sul suo comodino.

Chi lo ha definito tossico prima e psicotico poi, ora vuole dimetterlo e restituirlo all'ostello dove alloggiava, nonostante sia preda continua di spasmi e convulsioni.

Il gestore però si oppone minacciando di fare a chi lo ha in cura, la pubblicità che merita tramite tutti i giornali europei.

Mio figlio ottiene altre 24h in ospedale.

A questo punto un dipendente della fondazione, alla quale si appoggia la stessa cooperativa incaricata dalla scuola, e che ha nel suo elenco delle attività più importanti l'organizzazione dell'accoglienza dei giovani di tutta Europa proprio nella città dove lui si trova,  riesce a procurare un'ambulanza privata, a pagamento. Accettiamo.

Durante il lungo viaggio per tornare in Italia mio figlio è legato, sedato.

Suo fratello è sempre accanto a lui.

Disidratazione, denutrizione, ipocalcemia e trombosi venosa cerebrale. 

Questa è la diagnosi che i medici italiani che lo hanno preso subito in cura emettono, appena hanno i risultati degli esami. Mio figlio è vivo grazie a loro. Se avesse tardato qualche ora, sarebbe morto.

Inizia un percorso lungo e difficile, tra neurologia e psichiatria.

Mio figlio trascorre in ospedale tantissimo tempo, viene ricoverato più di quindici volte.

Il trauma che ha riportato lo porta ad avere quelle che gli psichiatri definiscono crisi dissociative.

Continua a rivivere in uno stato di trance quello che ha subìto e quando succede,

urla in inglese che lui non è un tossico, si dimena, difende il suo corpo coprendosi le parti intime perché sente ancora il dolore di quando, nell'ospedale dov'era,  gli veniva strappato via il catetere urinario. “

Questa  mamma trattiene a stento le lacrime mentre mi parla di suo figlio, dei sogni che aveva quando è partito.

Mi racconta di com'era prima di quel viaggio. Mi confida il dolore di tutto quello che suo figlio ha passato, di quello che lui e tutta la sua famiglia affrontano ogni giorno.

Mi dice:

“Abbiamo ottenuto un'unica udienza al cospetto della dirigente scolastica e del coordinatore del progetto. Ci hanno consigliato  di non essere troppo allarmisti.

Ci  hanno pregati di non piangere, poiché le nostre lacrime sortivano un effetto difficile da gestire.

Si sono detti dispiaciuti di quello che è successo e hanno definito nostro figlio “sfigato” per ciò che gli è accaduto. “

Sono passati quattro lunghi anni dal suo ritorno in Italia.

“Noi - mi racconta ancora la voce di Mamma Verità- abbiamo cercato aiuto in tutti i posti possibili e da qualsiasi istituzione o pubblico personaggio. Il sindaco al quale ci siamo rivolti, ha contattato il ministero della salute italiano, pregandolo di intervenire e procedere ad un'indagine a carico dello stesso ministero estero. Ad oggi non ha ancora ottenuto risposta.

A noi è stato consigliato  di occuparci della salute di nostro  figlio, piuttosto che impiegare forze ed energie nel tentativo di scoprire la verità. In fondo – ci hanno detto- l'importante è che sia vivo.

Qualcun altro ci ha  consigliato di tacere, di non fare troppo rumore.”

Mah... continua:

“Ma anche volendo andare oltre,quando ti ritrovi a dover affrontare ogni giorno una battaglia per far sì che il suo inconscio "frammentato" non cerchi di trovare una via di fuga, in qualsiasi modo, il tuo cuore di mamma si spezza, e si spezza, e si spezza in mille pezzi e ti accasci su te stessa perché non vedi un domani.

Poi vedere nelle lacrime che gli scorrono sul volto terrorizzato, la disperazione provata, ti dà la forza di cercare delle risposte, delle ammissioni, dei chiarimenti.

Glielo devi.

Perché in fondo ti senti colpevole per esserti fidata delle istituzioni che dovevano tutelarlo e che invece si sono  solo coperte e accusate tra loro.

Glielo devi perché la sua giovinezza è stata buttata in pasto a persone senza cuore.

Glielo devi perché quando non ti riconosce, ma ti prega di portarlo a casa dai suoi genitori che non può raggiungere perché lui è ancora lontano in un paese che non conosce  e loro sono in Italia, il tuo sangue si gela nelle vene.

Glielo devi perché, quando, in dissociazione, si toglie l'ago di una flebo inesistente per cercare di spremere il sangue dal presunto foro per scrivere HELP ME , vorresti poterlo portare fuori da quel terrore.

Glielo devi perché in dissociazione urla il nome di suo fratello chiedendogli di aiutarlo che ha tanta paura perché c'è tanto buio, e perché sa che essendoci tanta neve farà ritardo e lui sarà solo e spaventato.

Glielo devi nonostante  in tanti ti abbiano consigliato di mollare(e a volte sei tentata di farlo per la stanchezza e la disperazione),di smettere di  cercare risposte che tanto nessuno ti darà.

Glielo devi perché lui è il tuo bambino e non riesci a perdonarti di non averlo protetto.”

Mamma Verità.

 

Ora conoscete parte di quello che accaduto a questo ragazzo.

E adesso immaginate che accada a vostro figlio.

Attribuire le dovute responsabilità è doveroso.

Facciamo in modo che solidarietà non sia solamente una parola.

Iniziamo a mettere le basi di un mondo basato sulla comprensione, sull'empatia e sull'aiuto.

Ciascuno di noi ha in sé il potere del cambiamento.

Questo ragazzo è il figlio, il fratello, il nipote di ciascuno di noi.

Ha bisogno dell'aiuto di tutti.

 

Articolo a cura di Viviana Donadello

 

 

 

 

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