La Corsa di Marzia

Ho conosciuto Marzia Gazzetta a metà degli anni ’80, durante un raduno di mezzofondiste, presso il centro di addestramento sportivo Coni di Tirrenia. La ritrovo su Facebook dopo svariati anni. Mi ricordo la sua storia e la invito a parlarne.

 

Cosa ricordi Marzia di quel periodo?

"Erano gli anni in cui i giovani provavano più o meno tutti a fare sport e i campi di atletica leggera erano pieni, perché l’atletica era alla base di ogni disciplina e praticarla non era costoso".

 

Cosa diversa da oggi?

"Si, perché eravamo tanti, poi rimanevano forse i più bravi e non era poi così importante essere i “migliori”, perché l’ultima cosa a cui potevi pensare era poter guadagnare soldi dai tuoi risultati. Ma competere, si, quella era la parte più bella e non stancava mai".

 

Che ruolo davi ai tuoi avversari?

"Un ruolo di grande rispetto, perché mi stimolavano a dare il mio massimo. Se un avversario lo stimi, non fai sconti, e combatti fino in fondo. Questa, come sai, è la regola di noi sportivi".

 

Perché per te era così difficile fare sport?

"In casa eravamo in cinque, un fratello, una sorella più piccola e i miei genitori. Mio padre non mi permetteva di studiare, figuriamoci di fare sport! Era fortemente legato a stereotipi che vedevano la donna evoluta come una “poco di buono”".

 

Ma tuo padre aveva fatto sport?

"Si, certo. Era un pugile anche conosciuto nel mio paese (Monselice ed Abano terme)".

 

Come lo descrivi?

"Come un padre padrone. Un violento. Un egoista".

 

Non aveva momenti di affetto o di tenerezza almeno con te, con i figli?

"Le uniche sue carezze erano di quelle che lasciano nell’animo una amarezza indelebile, specie in noi figlie".

 

E tua madre?

"Una donna incapace di reagire ad un uomo violento. Per paura delle “voci di paese” non mi ha neppure permesso di aiutarla. Mi ricordo, però, che le prime scarpe per correre me le comprò lei al mercato".

 

Come hai iniziato ad allenarti?

"Ho iniziato a lavorare a 14 anni, in un albergo ad Abano, dove lavorava anche mio padre. Tutti i soldi che guadagnavo li teneva lui, e non avevo molte possibilità di andare a divertirmi come tanti giovani. A 17 anni ho incontrato Fabiola Della Muta, che mi ha portata su un campo di atletica. Così ho provato a correre. Non finirò mai di ringraziarla. Mi ha aperto un mondo dove, finalmente, mi sentivo viva. Ma preparare delle competizioni richiede tempo, lavoro duro e continuo, ore di allenamento e di riposo. Quando le atlete si allenavano due volte al giorno io facevo solo tre sedute di allenamento a settimana. Continuavo a lavorare in albergo, ho fatto di tutto, dalla lavapiatti alla guardarobiera, ma il mio pensiero era sempre rivolto allo sport. Questo mi ha aiutata a vivere ogni competizione con gioia e non con l’ansia del risultato. È molto importante non aver “paura” nelle gare. Io correvo con dentro l’amore per ciò che facevo. Quando le giornate erano piene di lavoro, di nascosto, di notte, uscivo dalla finestra della mia camera passando attraverso le sbarre di ferro. Ero 40 kg e ci riuscivo. Così andavo a correre sotto le stelle".

 

Ma poi le cose sono cambiate?

"Sono riuscita a partecipare alle prime competizioni importanti chiedendo permessi di lavoro o ferie al direttore dell’albergo. Questa persona mi ha aiutata. Mio padre non poteva opporsi. Ma non è stato per niente facile. Le minacce, le aggressività e il clima di casa diventavano sempre più insopportabili. Ero costretta a dare a mio padre anche le diarie dei raduni e i miei premi gara per farlo rabbonire".

 

Fino a quando è andata avanti così?

"A 18 anni sono riuscita ad andarmene di casa. In un modo o nell’altro ho cercato di trovare un equilibrio. Mi sono aiutata dandomi da fare con lo sport e con la meditazione. Non mi sono persa, come altri, in rimedi artificiali e temporanei. Sono sempre stata una persona concreta".

 

Sei riuscita a dimenticare le cose brutte del passato?

"Per un lungo periodo ho vissuto con i ricordi offuscati. Forse mi sono voluta proteggere. Ma le cose sono cambiate quando ho dovuto affrontare una brutta malattia. Allora tutto mi è tornato alla mente, ed ho dovuto fare i conti con il passato. Credo che niente capiti per caso. Ho visto il film della mia vita e mi sono ritrovata vincente. Oggi, come allora, non ho paura".

 

Sai darmi un tuo significato di sport e magari citarmi i tuoi migliori risultati agonistici?

"I miei risultati sportivi li trovi su Wikipedia. Sono solo piazzamenti o tempi di gara. Per me non sono così importanti. Tante volte li dimentico, come dimentico le presenze in Nazionale. Non ho fatto atletica perché gli annali parlassero di me, ma perché io potessi dimostrare a me stessa di essere viva, di essere donna, di essere libera da ogni imposizione. Sono diventata una donna scomoda, perché dico sempre ciò che penso. Non temo ne ascolto i giudizi di chi non stimo. Se mi dicono che ho un brutto carattere rispondo che almeno io, il carattere ce l’ho. Lo sport, per me è la vita. Mi ha salvato la vita insegnandomi che anche le cose più brutte, se le sai incanalare nei binari giusti, possono tirarti fuori opportunità inaspettate. Ma alla base di tutto sta l’amore, l’amore per ciò che fai e il rispetto di te stessa".

 

Grazie Marzia Gazzetta.

Grazie per tutte noi.

 

Articolo a cura di Patrizia Gini

Condividi