''Amore criminale''

Dilaga il sempre più radicato comune sentire secondo cui, se una donna denuncia, significa che vuole vendicarsi del proprio ex compagno, che vuole solo farla pagare al partner, magari perché, come ebbe modo di scrivere un magistrato marchigiano in una sua richiesta di archiviazione dei maltrattamenti denunciati da una giovanissima madre albanese di tre figli piccoli: “La donna si è rivolta alla Polizia perché voleva guadagnarsi un sicuro posto in una casa famiglia collocata con i propri tre figli a spese dello Stato”.

Come se fosse fra le primarie ambizioni femminili quella di essere “rinchiusa” in una casa famiglia con tre figli minori, seguita e controllata in ogni gesto, osservata in ogni minuto di sconforto o di rabbia, giudicata per ogni suo anelito di libertà.

Ecco appunto: la libertà femminile, e quanto ancora spaventa e fa perdere il controllo, quanto mina l’egemonia maschile sulla vita femminile e l’immagine della donna che deve comportarsi secondo specifici dettami per meritarsi una dignità.

Stereotipi che ancora oggi in un Paese che si definisce civile, con una tradizione giuridica come il nostro, si rinvengono ogni giorno negli articoli dei giornali, profferiti da improbabili conduttrici durante i ben noti programmi televisivi mediante i quali si vuole solo irretire l’audience, facendo leva sui peggiori sentimenti, dal sensazionalismo pietista all’odio e la rabbia, dalla condanna sommaria e moralista della collettività, alla discriminazione sociale.

Tutto questo ostacola e spesso preclude la reale conoscenza del fenomeno violento, ed è il risultato di una visione dicotomica della realtà, mediante la quale si analizzano le vicende con diadi formate da termini opposti l’uno all’altro e arbitrariamente associati al maschile o al femminile.

Questo sistema di rappresentazione porta a considerare uomini e donne come entità contrapposte l’una all’altra, creando solo conflitto sociale e culturale.

Basti pensare all’unico programma della televisione pubblica che ripercorre le storie delle vittime di femminicidio, che si presenta con un titolo formato da un ossimoro di due parole – Amore criminale - l’una che esclude l’altra, e nel riprodurre i momenti della storia che affronta, adotta modalità espressive alquanto discutibili, dai dettagli sulla vita privata della vittima, al richiamo compiaciuto dei momenti più scabrosi e raccapriccianti dell’evento mortale.

Non una parola per far riflettere chi guarda sul meccanismo antisociale del femminicidio, delle reali cause per cui l’uomo decide di eliminare una donna proprio perché è donna, e tutto assume le sembianze di una fiction.

Superficialità di analisi e recepimento, spesso strumentale ad un agevole proscioglimento del colpevole, che si ritrovano purtroppo anche nei provvedimenti giudiziari, scorrendo i quali fanno capolino i consueti inaccettabili “stereotipi femminili” che una donna che si ribella infrange meritandosi la reazione violenta.

Così anche in alcuni tribunali, nei quali la donna non è ancora degna di una identità propria, e riesce a giustificare la sua esistenza solo se risponde a pretese esterne da sé, diventando “visibile” solo se funzionale allo sguardo maschile.

E forse gli stereotipi di genere nel contesto giudiziario costituiscono il substrato culturale più grave e preoccupante della discriminazione femminile ovvero, in ultima analisi, del femminicidio, perché ne sono le premesse, i presupposti che lo ingenerano e lo rendono possibile.

La discriminazione e la violenza sulle donne, infatti, sono possibili perché vengono esercitate su persone a cui non viene per legge riconosciuta la stessa dignità esistenziale delle altre e non vengono protette e tutelate come sarebbe per legge previsto.

A loro la giustizia non è concessa. 

Sono donne che non assumono la caratteristica di vittima quando denunciano, e non vengono realmente tutelate nonostante la previsione di codici dai mille colori, ma sono costrette a farsi credere sempre dall’ingresso al Pronto Soccorso all’ultima sentenza in Cassazione, obbligate a non contraddirsi mai neppure se sono sotto shock o emotivamente provate, richieste con il doveroso distacco di chi indaga, spesso di sesso maschile, a riferire ogni singolo particolare di quanto sofferto senza mai un tentennamento, perché in caso contrario è subito pronto, dietro l’angolo di chi prima deve raccogliere le prove e poi deve giudicare, il dubbio che stiano mentendo, che abbiano dolosamente costruito tutto per non meglio comprensibili intenti di vendetta. Come si avverte dentro i corridoi dei tribunali questo senso di diffidenza nei confronti delle donne che denunciano, e persino degli avvocati che le difendono.

 

Articolo a cura dell’Avv. Cristina Perozzi

 

 

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