La violenza parte dalle parole

La violenza sulle donne inizia dalle parole con cui se ne parla e se ne scrive.

È una violenza subdola, che non si mostra visivamente, ma che pervade maggiormente e pone le basi per il dilagare della subcultura violenta.

Sono le parole che diventano emblematiche della violenza subita dalle donne nella loro vita quotidiana, davanti ai loro figli, da coloro che dovrebbero amarle e invece ogni giorno le fanno soffrire, arrecando un male continuo, che le intossica e toglie loro la gioia di vivere e di sorridere.

Parole spesso utilizzate dai media solo per soddisfare la curiosità morbosa dei particolari più scabrosi, che indulgono nel descrivere le scene del crimine, la posizione dei corpi, il sangue sui vestiti, ma non si soffermano mai a richiamare la necessaria funzione educativa che l’informazione pubblica deve perseguire, facendo riflettere sul perché un uomo decide di annullare la vita della propria compagna, della madre dei suoi figli e spesso anche di questi ultimi.

Una informazione che raramente menziona il delirio di distruttiva onnipotenza che assale il violento, quando sente di aver perso il possesso di quanto credeva fosse per legge, per natura, e per diritto congenito una “roba” di sua proprietà.

Parole che addirittura lambiscono la giustificazione di un femminicidio, quando sui giornali o nella cronaca giudiziaria si leggono ed ascoltano termini come “raptus” o “sconvolgimento emotivo”, per indicare un omicida che spesso viene fatto descrivere dai vicini di casa come una persona per bene, un vero lavoratore, un brav’uomo così legato alla famiglia.

Dobbiamo parlare invece dalle cause e dalle radici della violenza, così sottovalutate dalla informazione pubblica, e vogliamo ribadire le definizioni fornite da strumenti normativi sovranazionali – quali appunto la Convenzione di Istanbul del 2011 – secondo cui si tratta di un fenomeno di genere, che deve essere correttamente rappresentato come espressione di rapporti di potere diseguali fra i sessi, nel panorama sociale e nelle relazioni interpersonali, con gli uomini in precostituita posizione di vantaggio e le donne in uno stato di subordinazione che ancora resta indiscusso.

La violenza di un uomo su una donna non dovrebbe, in definitiva, essere presentata come forma di aberrazione individuale o come patologia di un singolo “deviante”, “folle”, e meno che mai preda di “raptus”.

Si tratta invero di un fenomeno che deve essere correlato alle dinamiche della coppia, e ai modelli di maschilità e femminilità diffusi dalla nostra società, che celebrano la virilità negli uomini e negano ancora il diritto all’autodeterminazione per le donne.

I dati statistici disponibili supportano questa analisi, perché la maggioranza degli episodi di violenza letale si rinviene nell’ambito delle relazioni intime, ed il movente più frequente, secondo l’EURES, è proprio quello «passionale o del possesso», di regola si tratta della reazione cosciente, volontaria e spesso addirittura premeditata, dell'uomo respinto rispetto la decisione della compagna di porre fina alla relazione.

Nonostante tutto questo, le parole usate riconducono la violenza persino ad una libera scelta della donna, e veicolano il messaggio secondo cui “Se non lo avesse lasciato, non sarebbe accaduto”, e “se fosse rimasta a casa”, silenziosa e sofferente, “se non lo avesse provocato”, fino ad arrivare alla descrizione colpevolizzante di come la vittima viveva, come era vestita, dei motivi per cui era sola a quell’ora di notte in strada, del perché, se davvero stava subendo una violenza non ha gridato, non è fuggita, o non ha chiamato le forze dell’ordine.

E così la violenza contro le donne viene ogni giorno di più sdoganata, a partire dalla comunicazione che se ne fa, e si insinua nelle sinapsi della gente comune, degli spettatori di certa TV, di chi legge i giornali mentre si reca a lavoro, e soprattutto dei più vulnerabili e recettivi, ovvero i giovani che saranno gli uomini e le donne di domani.

Destinatari nei quali, come una goccia che scava nella roccia, si insinua la convinzione che in fondo, se una donna viene picchiata, maltrattata o violentata, se l’è cercata.

 

Articolo a cura dell’Avv. Cristina Perozzi

 

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