Vittima e carnefice: “Io, Giulia P., la vittima”

"Chiamare le cose con il loro nome è un gesto rivoluzionario" Rosa Luxewmburg.

Sono importanti le parole affinché vittima e carnefice restino ben distinti l'una dall'altro.

Vittima e Carnefice.

Giulia P.

Io

La vittima

"Ennesima donna uccisa per mano di un uomo" tuoneranno i giornali.

O forse finirò relegata in una terza pagina. Non fa più notizia una donna morta ammazzata dal suo carnefice.

Se poi lui, l'assassino, si suicida, era sicuramente molto malato.

Il mio carnefice, mio marito Francesco, è un vigliacco che non riusciva neanche a guardarmi negli occhi quando mi tirava i pugni sul viso.

Milioni di volte ho creduto di essere morta invasa da un torpore che non mi faceva muovere un muscolo.

Sarò una storia da ricostruire nei salotti di Pomeriggio Cinque.

Disturberò le vostre tavole apparecchiate per cena, il tempo di una smorfia forse di rabbia da parte di qualche telespettatrice o telespettatore. Forse ....

Poi la cena continuerà e Giulia P, io, la vittima, sarò un dato in più nelle statistiche delle vittime di femminicidio.

Lui, il serio professionista, l'assassino, sarà stato colto da un raptus che nessuno riuscirà a comprendere. 

Alto profilo culturale e sociale.

Quasi impossibile immaginarlo un carnefice.

 E poi tanto educato. 

Salutava tutti nel condominio.

"Pensi signorina, un giorno mi ha aiutata a portare giù un mobile dismesso, ma non glielo avevo chiesto sa" racconterà la signora Sandra alla giornalista di turno. Diversamente da me che sembravo una fuggitiva, sempre con la testa rivolta a terra per nascondere la vergogna tatuata addosso. E nessuno può capire il vuoto, le immagini distorte e informi che genera la paura.

Nessuno può capire quella malata rassegnazione che mi annientava tutte le volte che infilavo le chiavi e aprivo la porta di casa dove la mia dignità non so in quale ultimo cassetto l'avevo riposta.

La vittima e il suo carnefice.

Saremo i milionesimi protagonisti di un copione che si ripete, sempre uguale a se stesso.

10 coltellate.... eh si!... Dopo un raptus ci sta. Poi, é meglio portarlo sempre con sé il coltello, i raptus non avvisano mica prima?

Cosa vuoi che siano 10 coltellate?

Può succedere se tua moglie ti dice che non ne può più delle tue botte e ti lascia.

Si, perché non ho più paura.

Non so come sia accaduto.

Ero sdraiata sul divano, il corpo immobile e gli occhi sbarrati che puntavano il soffitto.

Stavolta mi aveva presa per la gola, e per un attimo mi è sembrato che il respiro mi abbandonasse perché tutto era nero intorno a me.

Ora sapevo che mi avrebbe uccisa prima o poi.

Eppure..... E' esistito un tempo in cui l'ho amato.

E' esistito un tempo in cui lui mi ha amata?

Avrei dovuto capire.

Avrei dovuto leggere fra quelle parole dette dal Capo.

"Sei bella e anche brava"

"Sei brava per essere una donna"

"Sei una donna ma hai veramente gli attributi"

Il mio capo, lui.

Quello del "Non sono sessista ma....." Ed è proprio quel "ma" che ti caratterizza sessista, razzista e tutto ciò che segue quel "ma", 

E io, senza se e senza alcun ma, innamorata e persa in quel sorriso che sembrava stordirmi, non leggevo fra quelle parole.

"E' un bravissimo imprenditore, ha solo la cattiva abitudine di utilizzare cocaina".

Disse questo davanti a un fatto di cronaca che stavamo guardando insieme al telegiornale.

"Francesco quel bravissimo imprenditore ha stuprato una ragazza di 20 anni".

"Certo, lei gli si è buttata fra le braccia e poi, dopo avergli fatto perdere la testa, pretendeva che quello smettesse. Amore, ad un certo punto un uomo non può più tornare indietro lo sai".

E quella sera lui violentò me.

L'inizio della fine, o forse era accaduto prima e io non me ne ero accorta.

Ed è arrivato anche il primo schiaffo.

Lo raccontai a mia madre.

"Figlia mia ti conosco. Sempre pronta la risposta da dare e non taci mai. Anche con tuo padre facevi così.  Ormai sei una moglie, hai delle responsabilità verso tuo marito. Il matrimonio è una strada impervia figlia mia. Gli uomini sono come i bambini. Vanno coccolati e viziati".

"Mamma mi ha dato uno schiaffo!"

Non le ho raccontato della violenza sessuale. Mi vergognavo.

"Dai Giulia, Francesco ti ama, sarà stato solo un po’ stanco"

Un po’, mamma, mi hai uccisa anche tu ma ti ho perdonata. Ho capito che qualche sberla forse ti era familiare. E mi ha fatto molto male pensare a mio padre.

Chissà mamma, se ti ricorderai di queste parole quando ti chiameranno per dirti che mi ha ammazzata con 10 coltellate. Doveva essere parecchio stanco. Colpa mia che non ho capito quanto bisogno di coccole avesse mio marito.

E poi "da bella e brava" non valevo più niente.

Me lo diceva in silenzio.

Me lo dicevano i lividi che lasciava.

Lui forte.

Io inerme su quel pavimento di marmo che aveva pagato un mucchio di quattrini. Perché tu mi avevi regalato il benessere mi dicevi, e io non lo meritavo, stronza com'ero.

Chissà se il sangue lascia aloni. Spero di si, che almeno l'alone rimanga perché io diventerò una foto fra tante foto.

Un numero.

Una statistica annuale.

Una donna ammazzata ogni due giorni e mezzo

E oggi, dopo due giorni e mezzo, 10 coltellate feriscono il mio ventre. Le sento penetrare. Non riesco a sentire le mie urla, sento le sue ma non comprendo più le parole.

Non ho avuto neanche il tempo di maledirlo il bastardo assassino.

Si, spero proprio che rimanga un alone indelebile su questo pavimento di marmo che hai pagato un mucchio di quattrini.

Il telegiornale sta parlando di lui: il serio professionista colto da un raptus. E' confuso, chiede di sua moglie, non ricorda niente.

I vicini di casa non hanno mai udito niente.

Sua moglie? Una donna schiva, di poche parole.

Spero che rimanga quell'alone lasciato dal mio sangue sul pavimento a parlare di me.

E scusate se sono entrata di prepotenza nelle vostre case, all'ora di cena. A me non servono più parole, non potranno più salvarmi le parole.

Prima di continuare la vostra cena però volevo dirvi:

Vittima e carnefice.

Chiamatele con il loro nome.

 

Monologo di Diana Impennato

 

 

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