Covid-19: ''Reparto oggetti rinvenuti''

Di tanto in tanto le cronache della pandemia in Italia sono invase per qualche giorno dagli scoop di (presunte) depredazioni dei beni di persone decedute per Covid in questo o quell’ospedale, una volta tanto senza distinzioni tra Nord, Centro o Sud. Non si parla di chissà che oggetti preziosi, ma di un telefonino con caricabatterie, un anello d’oro, magari la fede, raramente del portafoglio. Ovviamente tali notizie per la malvagità insita in esse, fanno il giro dei telegiornali e talk show vari, sempre a caccia di notizie eclatanti, poi passano subito nel dimenticatoio e con esse, anche la “contronotizia” del ritrovamento di questi beni, regolarmente restituiti alle famiglie. Diciamolo, sono cose che in qualche modo sono sempre apparse sui giornali, magari relegate nelle pagine di cronaca locale, ma di questi tempi pandemici, quando le vittime spesso sono anziani che il precipitare della malattia trascina in ospedali dai quali non escono più, fa davvero orrore e scatena la riprovazione generale, facendo cadere automaticamente la responsabilità ed il ludibrio sullo stesso personale medico ed infermieristico, definito fino al giorno prima “eroi” o “angeli”.

Lavorando in un reparto di Terapia Intensiva Covid, queste notizie mi colpiscono e feriscono profondamente, perché trovo inimmaginabile che ci possa essere qualcuno che si appropri di beni di valore così relativo, ma inestimabile per i famigliari e penso che anche chi si trovi a parlarne dovrebbe avere ben presente che, l’ipotesi più probabile sia lo smarrimento oppure la conservazione in un luogo non immediatamente ricordato. Passi che nel loro dolore, mogli o mariti, figli e figlie, possano pensare le cose peggiori, ma chi fa informazione specie in un momento così delicato, dovrebbe fare di tutto per non spezzare l’alleanza che deve esistere tra chi sta a casa a trepidare e chi ha il compito di curare in condizioni di spirito ed ambientali difficilissime. Vorrei perciò spiegare perché possano accadere certe cose e cosa fare perché non accadano.

Cominciamo col dire che purtroppo raramente il primo reparto di accettazione sia anche lo stesso dove si svolge l’intero ricovero. Basti pensare che già tra accettazione al Pronto Soccorso e il ricovero in reparto ci sono due passaggi di consegne, che possono anche avere la complicazione di un cambio di ospedale se quello di prima accettazione non è un ospedale Covid. Infine, giunto nell’ospedale di effettivo ricovero, può accadere che il mutare delle condizioni cliniche obblighi ad ulteriori trasferimenti interni, spesso in condizioni di urgenza o in ogni caso tali che la rapidità sia fondamentale; ebbene è proprio in questi momenti che certi “beni” possono essere smarriti o non trasferiti al seguito dell’infermo, per cui effettuarne a ritroso la ricerca può essere complicato. Occorre anche tener presente che la condizione di “contagiato” non è solo del paziente, ma anche degli effetti personali che lo hanno accompagnato in ospedale e la preoccupazione che il toccarli senza precauzioni possa trasmettere il contagio, è sempre presente per quanto irrazionale e indimostrata; perciò questi oggetti, talvolta addirittura dei borsoni o valige, sono imbustati e messi da parte in una zona deposito; facile che in caso di trasferimento ci si dimentichi di trasportarli insieme al paziente che già viene a sua volta trasportato rinchiuso in barelle sigillate. Cosa diversa è quando si tratta di oggetti che accompagnano il paziente sempre, la fede in primo luogo o una catenina con una immagine sacra, l’orologio o, come ho detto sopra, il telefonino con il caricabatterie che viene lasciato tenere ai pazienti per mantenere vivo il contatto con la famiglia. Di queste cose il reparto ricevente deve necessariamente fare un elenco, farlo firmare dal reparto trasferente e conservarlo in cartella, a futura memoria.

E’ solo grazie a questi semplici accorgimenti che sarà possibile evitare altro dolore alle famiglie, improperi e malanimo verso chi si prende cura e ai giornalisti di riportare falsi scoop.

 

Articolo a cura del Dr. Marco Ingrosso, Direttore UOSD Anestesia e Rianimazione Ospedale Covid-19 - Scafati

 

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