Bosnia Erzegovina: “Il 12 novembre 2001 è finita la guerra. Non per tutti”

 

Non è facile parlare di un'esperienza forte e unica, ma soprattutto intima e coinvolgente, laddove la concretezza e la spiritualità si uniscono quasi a raggiungere la perfezione e a donare un senso di pace che sembrava non fare parte della vita terrena.

Si parte con l'intento di portare aiuti umanitari, vicinanza umana, anche solo un sorriso, o qualunque altra cosa sia necessaria, si parte immaginando di fare una cosa buona, di donare qualcosa di noi stessi al prossimo e quando si torna ci si rende conto di avere soltanto ricevuto, immeritatamente, una pioggia di amore.

La Bosnia, terra e gente che ignoriamo, di cui non sappiamo nulla: abbiamo sentito parlare di una guerra e della disgregazione della Jugoslavia, forse della difficile convivenza fra le varie etnie, ma nessuno sa che là esistono ancora i campi profughi, orfanotrofi e ospedali psichiatrici dove genitori in difficoltà lasciano i loro bambini, bambini che si trascinano dietro un passato di solitudine e di violenza, adolescenti arrabbiati il cui destino sembra già segnato, famiglie in una miseria cupa, anziani nella più completa solitudine.

Il giorno che abbiamo dedicato a un gruppo di bambini di un orfanotrofio, portandoli in spiaggia nell'unica striscia di litorale lasciata alla Bosnia da chi ha tracciato una linea di confine come se avesse avuto una benda sugli occhi, mentre giocavo sulla riva con una bambina, mi accorgo che aveva una guancia sporca della pizza che aveva mangiato, cerco di pulirle il viso e di scatto si allontana, togliendomi in un battito di ciglia la confidenza che mi aveva donato.

Mi guarda impaurita.

A gesti, le spiego che volevo pulirla, capisce, fa da sola, poi permette che l'aiuti. Trascorriamo ancora alcuni minuti a giocare con le pietre, d'improvviso mi abbraccia, vorrei piangere, ma non posso, sono lì per donarle un sorriso, ma è lei a donare a me un amore infinito, quell'amore che le manca lo dona lei a me. L'adolescente arrabbiato, che sembrava ignorarti, ma da lontano ti ha studiato per ore, a fine giornata ti passa vicino e ti dà il cinque.

I campi profughi sembrano luoghi a sé, dove la gente pare sia rimasta intrappolata nel passato, eppure molti sorridono, nella loro miseria hanno una dignità che noi non conosciamo, altri sembrano avviliti, o mortificati, ma forse confondo i miei sentimenti con i loro: mi sento in difetto, mi sento ingiustamente e immeritatamente privilegiata, mi è difficile reggere il loro sguardo, un inutile senso di colpa mi assale, la stretta allo stomaco, la pressione che si abbassa sotto il sole cocente sono un infimo prezzo che pago per questa ingiustizia. La mia vecchia sensazione, quella che mi trascino dietro da una vita, quella di sentirmi responsabile per il male che accade agli altri improvvisamente si concretizza: è vero, non ho determinato io la guerra, non ho avuto parte alle decisioni prese, non ho sparato, non ho tolto il pane alla gente.

Ma non ho fatto nulla, ho lasciato che accadesse, silente sono stata a guardare, forse neanche, forse ho voltato lo sguardo da un'altra parte, per non vedere, per non sentire un dolore che mi avrebbe portato a decidere diversamente, mi avrebbe distratta da me stessa. Non importa quanti problemi si possa avere nella propria casa, ognuno di noi è parte del mondo, e quello che accade nel mondo ci riguarda, ci coinvolge più di quanto siamo capaci di riconoscere e ci rende responsabili.

Il 12 novembre 2001 è finita la guerra. Non per tutti. Oggi, a distanza di più di vent'anni se ne vedono ancora i devastanti effetti, ma non ci basta, costruiamo, nel frattempo, altre situazioni di sofferenza, iniziamo altre guerre o non facciamo nulla per evitarle, aumentando così il nostro carico di responsabilità.

È stato un viaggio nella realtà, non solo un viaggio umanitario, ma un viaggio spirituale, la messa ogni giorno, il ringraziamento a Dio a ogni pasto, il Suo accompagnarci a ogni passo, tangibile, concreto, con noi, accanto a noi, fra noi, una ventina di persone che ogni giorno hanno affidato le loro azioni a Dio, due pulmini e due furgoni da caricare e scaricare, piccola fatica gioiosa, un gruppo come fosse una persona sola e una pace mai provata.

Succede poi che torni, e per quanto vorresti mantenere e trattenere tutto ciò che hai vissuto e ti ha arricchito, il mondo effimero, falso, vacuo ti aggredisce: non serve tenere la televisione spenta, non serve stare lontano dai social, le futilità ti attirano nel loro groviglio, il male ti insidia, trascinandoti in una sorta di gioco perverso, un facciamo finta che, ancora una volta, e ti domandi il perché di tanto impegno a tutelare, salvaguardare il nostro stile di vita, non ci ha mai reso pace, non ci ha mai reso sereni, non ci ha tolto tristezza.

Ripartire, un giorno, se Dio vorrà.

Ringrazio l'associazione Fabio Vita nel mondo OdV e chi me l'ha fatta conoscere per avermi donato un’occasione unica.

 

Pubblicato da Direttrice Responsabile

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