“Se il nostro pane è avvelenato dalla morte di un solo uomo, non potrà far altro che intossicarci”

Siamo liberi o rassegnati?

Dopo aver festeggiato la ricorrenza del 25 Aprile, ricordato i partigiani che hanno lottato, sacrificato i propri giorni e le proprie vite per la nostra libertà, non per la loro, per la nostra, un nuovo calore, un nuovo senso di civiltà e fratellanza sembra rinascere negli animi di cittadini cui non resta altro che il ricordo. Serve sottolineare come molti di quei combattenti hanno da tempo affermato di essere delusi: l'Italia ricostruita non è mai stata quella che avevano pensato e sognato. La splendida nostra Costituzione, forse la migliore al mondo, è stata trattata via via sempre più come carta straccia: Repubblica fondata sul lavoro, negli ultimi decenni i lavoratori hanno perduto ogni diritto, nel silenzio più assoluto e, nel frattempo, nell'urlo assordante delle lamentele quotidiane, senza mai chiederne la restituzione alle istituzioni, facendo pagare la rabbia e la frustrazione alle famiglie, ai parenti, agli amici, creando man mano una società triste e arrabbiata. Cittadinanza silente di fronte a un'imminente guerra, se ne sente già il frastuono, se ne sente l'orrore, il fetore: l'Italia che “ripudia la guerra” invia armi, ignora deliberatamente un ultimatum, lasciando volare via preziose settimane in cui la diplomazia avrebbe ancora potuto fare qualcosa, usare tutta la potenza dell'intento a fare la cosa giusta. Era certo più importane, necessario e urgente occuparsi degli ultimi attacchi del più potente virus mai visto.

L'Italia che era pronta a morire per la libertà non esiste più, l'Italia di oggi vuole vivere, null'altro, poco importa come, con libertà o meno, con diritti o meno. Il ricordo della Liberazione di oggi è un inno alla vita. E vien da chiedersi come si possano conciliare le due cose: le armi servono per uccidere, e quelle armi che noi inviamo in diversi Paesi del mondo, uccidono, ogni giorno, soldati, uomini, donne, bambini.

Che fine fa il nostro inno alla vita? La nostra collaborazione, accettando ogni regola, ogni decreto qualcuno anche un po' grottesco se vogliamo, ma con l'intento unico e forte di salvaguardare le vite umane, non solo le nostre, quelle di tutti. Che fine fanno? Le armi che inviamo uccidono ogni giorno, ogni giorno la nostra Italia che “ripudia la guerra” guadagna milioni sulla morte di altri esseri umani e finché ci saranno uomini da uccidere, noi guadagneremo il nostro pane.

Ha tutta l'aria di un tradimento, oppure di mero opportunismo: la Polonia che ieri ha eretto un muro di filo spinato al confine con la Belorussia, ha bloccato gli aiuti umanitari destinati a circa settemila profughi afghani e siriani, ha lasciato che un bambino di un anno morisse di freddo, oggi si è redenta e si spende giorno e notte per i profughi ucraini; l'Italia che, esempio in tutto il mondo, non ha guardato in faccia a niente e a nessuno, nella sua ferrea lotta per la salute dei suoi cittadini, non ha fatto nulla per evitare di coinvolgere gli stessi in una prossima guerra mondiale, a sottoporli al rischio di una guerra nucleare, prima e ultima. Sembra un gioco macabro, una lunga tortura con l'unico intento di salvaguardare interessi economici solo apparentemente irrinunciabili: se il nostro pane è avvelenato dalla morte di un solo uomo, non potrà far altro che intossicarci; se le nostre abitudini, o meglio, il ricordo di esse, sono salvaguardate dalla morte di una sola donna, non potranno che essere abitudini corrotte; se la nostra supposta libertà sarà insudiciata dalla morte di un solo bambino, non potrà che essere una libertà depravata. L'unica libertà che abbiamo e avremo sempre è la libertà di scelta, qualcosa che nessuno ci potrà mai togliere. Scegliamo la vita, ancora una volta, la vita, di tutti.

 

Articolo a cura di Stefania De Girolamo

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