Luna Rossa (Episodio 1)

Camminava, quasi sospesa, sul bordo di un muretto semisommerso da un mare calmo, caldo color smeraldo. Maddalena si trovava come in una zona liminare tra la terra e quella distesa d 'acqua dolcemente tiepida che le lambiva i piedi e le caviglie in quell'aria serale, quando vide una piccola chiesa in un prato di margherite. Si avvicinò lasciando il confine d’acqua. La costruzione era in pietra molto antica, forse romanica quasi nascosta da cespugli di fiori e piante rampicanti.  Si intravedeva solo una porta semiaperta in legno scolorito dal tempo con due strani battenti a forma di sirena. Una sirena con due code color bronzo che mandavano come dei bagliori in quella luce intensa quasi accecante. Maddalena socchiuse gli occhi e continuò a camminare verso la chiesetta mentre quella luce diventava sempre più forte man mano che si avvicinava. “Ciao Maddalena” sentì una voce di donna alle sue spalle che la invitava ad entrare ad oltrepassare la soglia. Si voltò ma non vide nessuno, continuò a camminare verso il portone semiaperto mentre i battenti a forma di sirena riflettevano la luce rossastra di una luna luminosa che si rifletteva nelle acque tranquille.   Stava per entrare nella chiesetta, all'improvviso raffiche di vento cominciarono ad agitare le acque del mare e grandi onde cominciarono ad invadere il prato come volessero sommergere tutto. Chiare si sentivano le grida ed il pianto di una bambina molto piccola. Poi un suono forte un sibilo che la risucchiò indietro.

 

Maddalena si svegliò di soprassalto con il cuore in gola. Quel sogno sempre quel sogno, erano anni che a cicli alterni si rifaceva vivo con tutto quel carico di angoscia che la coglieva appena sveglia. E poi quella voce, quel mare cupo e quel pianto di bambina. Spense la sveglia: le 6,30 come tutte le mattine. Si alzò, aprì la porta finestra e la persiana del terrazzino. Era una giornata calda di fine primavera e i tetti della parte vecchia di Arezzo e le colline circostanti sembrava avessero più colore con la cornice di quel cielo azzurro. Respirò come per cancellare lo stato di agitazione che le metteva quel sogno mentre sorseggiava il suo primo caffè della giornata. Si era trasferita ad Arezzo da alcuni mesi da quando, vinto il concorso in magistratura, aveva avuto l’incarico di Sostituto Procuratore della Repubblica. Quella città piccola e tranquilla le era piaciuta subito con le sue mura antiche e gli spazi verdi. Camminava spesso a piedi nella parte vecchia in cui aveva trovato casa in un piccolo appartamento a due passi da Piazza Vasari, con la vista della città e del paesaggio circostante Maddalena terminò il suo caffè, fece una rapida doccia e prese ad asciugarsi i capelli. Era bionda con una massa di ricci che le si inanellavano intorno al viso facendo da cornice ai suoi occhi verde scuro e alla bocca carnosa. Si tolse l'accappatoio e si guardò di sfuggita allo specchio senza indugiare. Forse tanti anni di collegio in Sicilia dalle monache, in cui era stata mandata dopo la morte della madre quando era ancora   piccola avevano condizionato il suo rapporto con nudità e con il proprio corpo, anche se razionalmente rifiutava qualsiasi forma di condizionamento e costrizione. Legò strettamente i capelli cancellando in un attimo quei riccioli morbidi in uno chignon. Si infilò pantaloni, camicia, una giacca scura, si infilò un paio di scarpe basse, prese borsa, cartella e uscì.

Raggi di sole filtravano attraverso la tapparella della finestra riflettendo bagliori colorati sulle pareti bianche della sua stanza di ospedale. Anna fece un respiro forte, sollevata che un’altra notte fosse trascorsa con il suo carico di angoscia e di dolore non solo fisico. Provò a spostarsi leggermente nel letto, ma la spalla sinistra e la gamba destra immobilizzata dopo gli interventi subiti per le fratture e il dolore alla testa la tennero come inchiodata, mentre le lacrime cominciarono a bagnarle gli occhi e le guance. “Anna quando vuole muoversi ci chiami. non può farcela da sola e non è bene dobbiamo stare attenti “le disse Mirella l’infermiera di turno, una ragazza sorridente con i capelli rossi e tante lentiggini sul viso che le incorniciavano due grandi occhi chiari. “Chiamo Giovanna così la laviamo e vedrà che starà meglio, tranquilla”, le disse accarezzandole leggermente la mano prima di uscire. “Mi spieghi cosa è successo l’altro ieri? Torno dalle ferie e leggo che Anna la paziente della stanza trenta ha accusato il compagno di maltrattamenti e che è caduta dal cornicione di casa per fuggire da lui e non per suicidarsi” chiese Giovanna mentre lei e Mirella sistemavano il carrello per l’igiene. “C’ero io insieme alla dottoressa Vellaro della neurologia quando si è svegliata dal coma farmacologico e ha accusato Paolo Pardi, il compagno di maltrattamenti e che quel giorno voleva fuggire dall’ennesima violenza” disse Mirella a bassa voce “Ha inciampato e fatto un volo di quattro metri. Per fortuna che un cespuglio ha attutito un minimo la caduta. La dottoressa ha immediatamente avvertito la polizia che ha aperto un’indagine.  Lui che era rimasto sempre con lei, avuta la notizia è scoppiato in lacrime e ha negato tutto dicendo che lei soffre di disturbi psichici e che è cosa nota nel paese dove vivono, Socci, e che possono testimoniarlo un sacco di persone. Una brutta storia e noi comunque siamo qui per curare e non per giudicare, ci penserà la magistratura a fare luce e noi abbiamo molto da fare stamattina.” Aggiunse Mirella facendo scivolare il carrello lungo il corridoio.

“Buongiorno dottoressa il solito cappuccino?” “Si grazie” rispose Maddalena alla ragazza al banco del Caffè dei Costanti dove si fermava quasi ogni mattina prima di recarsi in Procura. Dalle vetrate aperte si vedeva la Piazza e le scalinate della basilica di San Francesco su cui gruppetti di studenti sostavano prima di entrare al vicino liceo…….. continua

 

 

 

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

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