Luna Rossa (Episodio 22)

Arrivò ad Arezzo al tramonto. Le torri del centro storico facevano da sfondo a un cielo azzurro dalle sfumature rosa e rosse. L’aria era fresca e Maddalena rabbrividì leggermente nel suo vestito leggero mentre si avviava dalla piazzetta dove aveva parcheggiato la macchina, verso casa di Giacomo.

“Stasera vieni da me, ti preparo una buona cena”, le aveva detto al telefono prima che partisse da Catania.

Fu un abbraccio lungo il loro, restarono stretti senza dire una parola come se si parlassero da altre dimensioni dell’essere, e le parole dell’anima scorrevano come un fiume silenzioso illuminando l’oscurità dei loro dolori, trasformandoli in speranza. Fecero l’amore con passione, con tenerezza e per la prima volta Maddalena non ebbe paura di perdersi nell’altro, di incontrarlo per poi tornare a se stessa arricchita e non deprivata della propria identità. Poi si addormentarono abbracciati, stretti l’uno all’altra come due naufraghi all’ancora di salvezza.

Era quasi giorno e il cinguettio degli uccelli l’aveva svegliata. Si liberò piano piano dell’abbraccio di Giacomo che dormiva accanto a lei, mise una maglietta e andò a farsi un caffè in cucina. Erano stati giorni duri, ma pieni di verità. Certo una verità difficile che nel fondo di se stessa aveva sempre saputo, ma che rifiutava. Del resto, come fa una bambina piccola a sopportare quello che lei aveva visto e sentito? Rimuove tutto, ma il terrore, il dolore vissuto tornano a tormentarti finché non sei in grado di riconoscerli e di rivivere quello strazio che hai provato. Pensò a suo padre così elegante, un professionista, un politico stimato da tutti che dentro le mura domestiche si trasformava in un aguzzino per la donna che avrebbe dovuto amare e proteggere. “Amore sei già in piedi”, disse Giacomo abbracciandola.

“Sì, avevo voglia di un caffè e di pensare a tante cose, ai miei genitori, a mio padre dal quale non saprò mai perché ha fatto questo a mia madre. Alfio Lipari, bello, elegante, di famiglia aristocratica, avvocato di grido stimato in paese, in realtà era un violento nascosto sotto un’apparente perfezione”.

Maddalena restò un attimo in silenzio poi ebbe come un sussulto. “Ma certo! Come Paolo Pardi, all’esterno una faccia e dentro casa un’altra”.

“Paolo Pardi?”, domandò Giacomo.

“Non so, ma ho avuto come un’intuizione improvvisa. Devo fare delle indagini più approfondite su questo individuo e seguire una pista che mi è stata suggerita ma che non avevo preso in considerazione. Lunedì torno in ufficio e cambiamo metodo d’indagine”.

Mentre percorreva il viale del centro di riabilitazione in cui era ricoverata Anna Ridolfi, l’avvocata Staiano era di cattivo umore quel sabato mattina. Purtroppo, la telefonata forse all’unica persona che poteva testimoniare contro Pardi, Daniela Ciolfi, s’era rivelata un buco nell’acqua. Lei non ne voleva sapere e si era anche risentita: “Non so chi le ha raccontato di una presunta storia tra me e Pardi finita male, ma è una bugia inventata di sana pianta. Certo, ho lavorato negli uffici della fabbrica, poi ho trovato un lavoro migliore a Firenze e mi sono traferita e in seguito ho intrapreso una mia attività. Adesso la prego di lasciarmi in pace”.

Eleonora aveva fatto appena in tempo a dirle che era l’avvocata di una donna che aveva subito violenza da Pardi e che per poco non ci aveva rimesso la vita, ma Daniela chiuse il telefono senza salutare.

“Buongiorno come sta? La vedo davvero bene!”.

“Molto meglio avvocata, il mio fisioterapista fa miracoli!”, disse Anna sorridendo mentre camminava senza il bastone. “Ancora posso farlo per brevi tratti senza usare il bastone, ma per me è una grossa conquista e una speranza pensare che ce l’ho quasi fatta almeno su questo fronte. Lei, avvocata, cosa mi dice?”

“Avrei voluto darle notizie migliori, purtroppo però la persona che avrebbe potuto dare una svolta a questa faccenda non vuole o non può darci una mano. Per cui siamo al punto di partenza: la sua parola, Anna, contro quella di Pardi e la denuncia per diffamazione dalla quale deve difendersi”.

“Comunque, se davvero quella donna ha avuto a che fare con Paolo non posso biasimarla che voglia dimenticarlo, rinchiuderlo in una specie di prigione interiore insieme al dolore e all’umiliazione provata. Ma è un’illusione, tutto torna la notte, e ti svegliano nel sonno gli insulti, le sue urla, quel ghigno mentre si avvicinava e mi diceva: ‘Tu sei un niente, non esisti, sei solo fumo”e poi le botte, quel piacere e quell’odio che vedevo nei suoi occhi mentre mi tormentava. Penso che se fossimo andati avanti ancora del tempo mi avrebbe uccisa”.

“Anna c’era quasi riuscito a ucciderla” replicò Eleonora.

“Ha ragione, quante volte mi ha detto che il piacere che poteva fare all’umanità era quello di distruggere un’incapace parassita come me! Però fuori, con gli altri, era un modello di gentilezza. Io voglio combattere, non può farla franca anche se mi rendo conto di essere sola contro un uomo potente e stimato per la sua posizione”.

“Intanto ci sono io e lei non è sola, c’è sua sorella, e ricordi che a volte, strada facendo, le situazioni che sembrano negative, possono capovolgersi e cambiare a nostro favore. Poi la magistrata che segue il suo caso, Maddalena Lipari, mi ha fatto sempre una buona impressione”.

In quel momento entrò nella stanza un giovane fisioterapista per portare Anna in piscina: “Forza, che presto faremo una bella passeggiata. Lei pensi a guarire ed io penserò al resto: ce la faremo, vedrà”, disse Eleonora mentre Anna le strinse forte la mano. …continua.

 

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale

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